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Processo a Conte? No, ma cambiare è d'obbligo

Sarebbe da sprovveduti chiedere la testa del presidente federale Carlo Tavecchio a causa dell’eliminazione dell’Italia ai quarti di finale dell’Europeo di Francia. Primo, perché il ruolo di Tavecchio non è strettamente correlato ai risultati. Secondo, perché sarebbe ingiusto e ingeneroso dare la colpa a qualcuno per l’uscita ai calci di rigore contro i campioni del mondo della Germania. In questo senso anche il giornalismo sportivo è diventato più serio e più maturo. Ventidue anni fa – era il 1994 – due giorni dopo la finale persa ai calci di rigore con il Brasile, il Corriere della Sera, dove lavoravo come prima firma del calcio, titolò la sua pagina principale in questo modo: “Processo a Sacchi”, cioé il c.t. che ci aveva portati a undici metri dalla gloria. Quanto quella posizione fosse pretestuosa lo si capì con il passare degli anni riconducendola all’astio culturale che alimentava taluni critici al di là dell’obiettività del risultato sportivo. Quell’errore e quell’atteggiamento non vanno ripetuti.

Essere tra le migliori otto squadre d’Europa non è esattamente il massimo per una nazione che vuole essere all’avanguardia nel calcio. Tuttavia non c’è nessun processo da istruire nei confronti di Antonio Conte. Il quale non è, come hanno detto gli inviati embedded e i trombettieri di Tavecchio, il miglior c.t. dell’Europeo. Ma sicuramente ha tratto il massimo da una nazionale decimata dagli infortuni (Marchisio e Verrattiprima dell’inizio, Candreva e De Rossi sabato sera), realizzando un prodigioso progetto di squadra funzionale e funzionante. Il problema, casomai, è perché il nostro calcio non riesca a sfornare non dico talenti, ma calciatori almeno paragonabili a quelli di Spagna, Germania, Francia, Croazia e Portogallo. I risultati possono venire o non venire, ma se la nostra scuola è ridotta alle alchimie tattiche e alle mimetizzazioni strategiche di un c.t. bravo (Conte), c’è da chiedersi che cosa abbia fatto la Federazione dopo i fallimenti del 2010 (Mondiale con Lippi) e del 2014 (Mondiale con Prandelli). Siccome Tavecchio c’era già allora e adesso è addirittura il numero 1, abbiamo tanta voglia di chiederlo a lui che passa da una missione all’altra senza il rischio di uscire scalfito da un graffio.

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  Scritto da Giancarlo Padovan il 12/07/2016
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