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Gelo Mancini, è addio? Il "soffietto" inglese

Si fa un gran parlare, in questi giorni, della freddezza che avrebbe investito i rapporti tra Roberto Mancini e la dirigenza dell’Inter. Non ne sono affatto sorpreso. Primo, perché conosco abbastanza bene Mancini da sapere che non poter incidere sul mercato è per lui una ragione di grande sofferenza. Secondo, perché so che quando arriva una nuova proprietà tutti finiscono inevitabilmente sotto esame. Se i dirigenti del gruppo Suninghanno osservato con attenzione i risultati degli ultimi due anni avranno certamente rilevato che quelli di Mancini sono stati assai modesti, avendo fatto peggio per media punti del predecessore Mazzarri nella stagione in cui arrivò alla guida dei nerazzurri e avendo mancato di molto il terzo posto in quella successiva. Qui non si tratta di stabilire se Mancini avesse o non avesse una buona squadra (ce l’aveva ed era in ogni caso quella voluta da lui). Piuttosto c’è da capire se egli sia un allenatore all’altezza delle pretese economiche (4,5 milioni di stipendio netto annuo) e se l’anno scorso abbia raggiunto il traguardo stagionale che la società aveva fissato (l’ingresso in Champions League per beneficiare degli introiti relativi alla manifestazione). Mancando quel presupposto e cambiata la proprietà, è ovvio che Mancini, al pari di tutta la dirigenza interna, sia finito in un cono d’ombra. Non solo non è più al centro del progetto, ma è in scadenza di contratto e molto lascia pensare che non gli verrà rinnovato. A questo punto non mi stupirei se fosse lo stesso Mancini a produrre il grande strappo, andandosene prima dell’inizio del campionato, rinunciando al suo lauto ingaggio e mettendo l’Inter nelle condizioni di affrontare l’ennesimo anno di transizione. Naturalmente la schiera sempre ben nutrita dei “manciniani” ha provveduto a confezionare un interessamento della Federazione inglese per il posto da c.t. Nel gergo giornalistico si chiama “soffietto”, perché si tratta di una notizia gonfiata per far piacere a qualcuno. Mi permetto di definirlo un paradosso: un allenatore che con l’Inter per due anni non c’entra una volta l’Europa League e l’altra la Champions può allenare una Nazionale che vorrebbe finalmente primeggiare in Europa e nel mondo?

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  Scritto da Giancarlo Padovan il 20/07/2016
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