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Tavecchio scrittore, e la Figc paga

Non so se sia più sorprendente la notizia che Carlo Tavecchio è diventato scrittore o che ventimila copie del suo libro sono state acquistate dalla Federcalcio, di cui è presidente, per la cifra di 107 mila euro. Ci sarebbe molto da scrivere su una notizia del genere, ma non vorrei ammorbare i lettori con un’opinione trita: la mia. Io credo che tutti sappiano quel che penso del presidente federale, dei suoi metodi, della sua attività oratoria, senza che mi metta a recensire “Ti racconto il calcio”, l’ultima sua erculea fatica. Sono così convinto che essa nulla aggiungerebbe al pessimo giudizio che ho dell’uomo e del dirigente, da preferire di lasciar perdere. Sono, codesti, tempi assai grami e su di me incombono censori occhiuti. Bisogna saper dosare. Repetita non iuvant. Passiamo, dunque, a Cesare Prandelli, l’uomo dei due disastri. Peggio va e più lo cercano. Ha fallito il Mondiale in maniera indecorosa, ha riparato in Turchia, da dove lo hanno cacciato, nonostante la sua bella faccia di tolla, causa risultati a dir poco imbarazzanti. Uno così dovrebbe star fermo almeno un paio di giri e poi ricominciare da una provinciale. Invece che succede? Lo chiamano dal Giappone per affidargli la nazionale. Lui fa dire: “Onorato, ma non vengo”. L’uomo, sotto il saio di cellophane, oltre ad essere un superbone, è mal consigliato. Invece di dire di sì e di ringraziare la Madonna, aspetta. Convinto che una grande prima o poi lo chiami. Siccome, però, repetita non iuvant, mi fermo qui. E passo a Conte, un furbo di tre cotte, pieno di amici nei giornali amici, cioé tutti. La sua nazionale, pare, non avrà gli indispensabili stage e allora lui fa trapelare di essere furioso a tal punto da meditare l’addio. Strano. La voce gira e si ingrossa proprio nei giorni in cui il Paris Saint Germain si sta guardando intorno per sostituire Blanc. E, più in generale, quando cominciano i primi movimenti sulle panchine importanti. Per me Conte è già pentito di aver preso la nazionale, è ingolosito da uno stipendio che altrove può raddoppiare, sa che in maglia azzurra difficilmente lascerà il segno. L’Italia non è la Juve. E’ bastato poco per accorgersene.

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  Scritto da Giancarlo Padovan il 10/02/2015
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