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Nessuno nasce "imparato", nemmeno un allenatore

Tiziano Crudeli

Direttore Editoriale

Conte, Garcia, Mazzarri sono tra gli allenatori più in vista della Serie A. Allenatori che devono molto al loro carattere. Conte nel suo libro descrive bene se stesso e la sua filosofia: «Sono stato un buon giocatore, ma non un campione: mi sono fatto strada andando oltre i miei limiti grazie al carattere, al desiderio di migliorare, alla tenacia. Un allenatore può avere tutte le qualità ma se non conquista la fiducia del gruppo non ottiene nulla. Ci deve essere comunione d’intenti. Nel calcio non esistono partite perse in partenza o sfide impossibili. La realtà è il campo ed è lì che si misura la forza delle ambizioni, la forza dei sogni». Di Conte hanno detto: «Allena le gambe ma anche la testa. Vuole un’attenzione totale e una risposta rapida ad ogni sua sollecitazione. Bisogna andare veloci: quindi serve voglia di lavorare, ma anche concentrazione. Difficile far capire alla gente che il calcio è anche e soprattutto passione e un allenatore come Conte pretende che i suoi giocatori affrontino ogni partita e ogni allenamento con la massima concentrazione ma pure col cuore. Sono presupposti basilari per affrontare le difficoltà tecniche delle partite».

Rudi Garcia ha un percorso professionale molto articolato. Nel 1995 è allenatore-giocatore di una società francese dilettantistica. Nel 1998 va al Saint Etienne come preparatore atletico, in seguito diventa tattico e poi allenatore. Nel 2002 è sulla panchina del Digione. Nel 2007 allena il Le Mans in Ligue 1. Nel 2008 è al Lilla e nel 2011 vince la Coppa di Francia battendo in finale 1-0 il Psg e si aggiudica anche la Ligue 1. Nel 2013 è alla Roma. Garcia ha dovuto adattarsi ad una realtà diversa e superare le contestazioni iniziali dei tifosi (alla società e alla squadra). Garcia ha imposto la forza delle sue idee curando ogni dettaglio, senza essere assolutista. La base di partenza: «Ho lavorato sulla testa per ottenere la massima disponibilità. A me non piace una squadra che faccia una sola cosa. E’ un grosso limite perché diventa prevedibile. Il possesso palla è importante a patto che non sia sterile. Appena posso voglio il pressing alto. Se questo non è possibile si deve mantenere la posizione e linee serrate tra centrocampo e difesa». 

Walter Mazzarri inizia la sua avventura di tecnico nel 1996 come vice di Renzo Ulivieri a Bologna e a Napoli. Nel 1999-2001 guida la Primavera del Bologna, poi va ad Acireale, alla Pistoiese. Nel 2003 è a Livorno in Serie B e conquista la promozione. Dal 2005 è a Reggio Calabria dove, nel 2006-07 nonostante una penalizzazione di 11 punti, riesce a rimanere in Serie A. Nel 2007 è alla Sampdoria e si qualifica per la Coppa Uefa. Nell’ottobre 2009 approda al Napoli e ottiene la qualificazione in Coppa Uefa. L’anno successivo il suo Napoli è terzo in campionato e va in Champions League dopo 21 anni dai tempi di Maradona. Il 20 maggio 2012 vince la Coppa Italia battendo 2-0 la Juventus. Nel 2013 in Serie A fa ancora meglio: secondo posto. Il passaggio all’Inter è datato 24 maggio 2013. Gli consegnano una squadra che per molti versi è la stessa della fallimentare stagione precedente classificatasi nona. Oggi la sua Inter veleggia nei quartieri alti, è compatta, dinamica, equilibrata. La difesa, che l’anno scorso aveva subito 57 gol in campionato, è più solida.

Totò in un film di successo usò un’espressione diventata popolare: «Nessuno nasce imparato». Pippo Inzaghi conferma l’importanza del tirocinio: «Gattuso ha fatto benissimo ad andare a Palermo, ma per me ho scelto un percorso diverso. Non vorrei anticipare i tempi. Allenare è più difficile che giocare. Occorre studiare, aggiornarsi, essere credibili agli occhi dei giocatori. Dopo gli Allievi ora sono alla Primavera. Qui comincio ad allenare gli adulti».

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  Scritto da Tiziano Crudeli il 04/11/2013
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