Atleti, morti improvvise causate da gravi errori

A Pavia dopo il convegno medico tenutosi a Palazzo Broletto ho avuto modo di scambiare due parole col professor Peter J. Schwartz, cardiologo direttore della cattedra di cardiologia all’Università di Pavia che ha fatto parte della commissione dei periti nelle indagini per il caso Morosini. Il luminare mi ha detto: «Le morti degli atleti sono spesso legate a gravi errori. Questo perché è possibile scoprire in anticipo la predisposizione a tutte le condizioni cardiovascolari con test in grado di individuare eventuali malformazioni genetiche. Non attendere che il problema si manifesti per cui quando in un elettrocardiogramma vengono rilevate delle semplici anomalie è opportuna un’indagine per stabilire se il paziente ha patologie originarie che possono comportare pericolose complicazioni. Ci sono poi situazioni asintomatiche annunciate da episodi non presi in considerazione (sincopi o malori improvvisi). Solitamente il medico sportivo ha una conoscenza in generale più legata ai traumi delle gare ma non è un esperto cardiologo e non presta particolari attenzioni quando nei tracciati dell’elettrocardiogramma si riscontrano alterazioni di poco conto. Per cancellare ogni dubbio, non potendo fare una diagnosi certa, bisognerebbe ricorrere ad ulteriori accertamenti del tipo: elettrocardiogramma sotto sforzo (con cyclette o treadmill), holter, ecocardiogramma, ma anche un’analisi genetica. La prevenzione cardiovascolare e la genetica sono fondamentali. I medici sportivi devono conoscere molto bene le poche malattie che possono procurare un arresto cardiaco e quindi essere in grado di verificare la storia clinica del paziente, altrimenti se continua a fare sport, ma ha una malattia genetica, rischia di andare incontro a tragedie che con più attenzione sarebbero evitabili».
Ho domandato: c’è il sospetto di una incompletezza o scarsa accuratezza nelle visite di idoneità sportiva? Schwartz: «Assolutamente, ed è gravissimo. Questa è la conseguenza di una serie di situazioni che hanno permesso di entrare a fare certi tipi di lavoro senza avere tutti i requisiti per svolgerlo al meglio, ma non riguarda soltanto il medico sportivo. In molte categorie professionali non ci sono controlli adeguati. Io sono un cardiologo che si occupa di morti improvvise per cui conosco molti medici sportivi che nel momento in cui l’atleta visitato presenta delle anomalie ce li segnala in modo che noi si possa fare uno screening cardiologico completo, e quindi le necessarie analisi genetiche. Altri invece non se ne accorgono e danno minore importanza alle piccole disfunzioni assumendosi così responsabilità individuali, ma è il sistema che deve porre un controllo più approfondito. Alcuni casi clamorosi come quello di Morosini avrebbero avuto bisogno di maggiori esami tipo quello del Dna, nel caso di Cassano l’esecuzione di un particolare ecocardiogramma. Una delle piaghe sono i grandi interessi in gioco, gli sportivi hanno ricchi compensi, le società, i manager di un atleta guadagnano molto dall’attività agonistica dei loro assistiti e quindi spesso c’è la tendenza a sottovalutare i sintomi. C’è anche la responsabilità della famiglia perché spesso sono gli stessi genitori a spingere. A quel punto ci vuole da parte dei medici la capacità di dire no, di fare delle indagini suppletive chiare, ma ci sono troppe pressioni esterne che condizionano le scelte». Per intervenire immediatamente il defibrillatore è strumento importante: «E’ essenziale. Non dimentichiamoci che nel caso di Morosini il defibrillatore c’era ma non è stato utilizzato. Non è immaginabile e non è accettabile che non siano stati capaci di praticare immediatamente manovre rianimatorie. Più facile che un “laico”, dopo aver frequentato i corsi, sia più aggiornato di un medico sull’uso del defibrillatore. Davvero assurdo».
Scritto da Tiziano Crudeli il 16/12/2013

