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Nella comunicazione ci sono due mesi e due misure

Anche per i media che si occupano di calcio c’è una Serie A e una Serie B. I più importanti sono in prima fascia e dettano legge. Poi ci sono testate con un appeal inferiore che operano in contesti più modesti, ma che negli anni sono diventate popolari. Sky, Rai e Mediaset si sono assicurati i diritti di Campionato, Coppa Italia, Supercoppe, Champions ed Europa League sborsando cifre considerevoli e quindi godono giustamente di privilegi. Come logica conseguenza le televisioni private sono state confinate in ruoli secondari e trascurate quando vengono allestiti eventi minori. Per le tv locali è diventato complicato perfino avere il beneplacito per normali interviste ai giocatori.  

Per stabilire la rilevanza o meno delle emittenti private (alcune delle quali hanno un proprio circuito nazionale) basta consultare gli ascolti certificati da Auditel. Le trasmissioni di punta e le “teleradiocronache”, in contemporanea con quelle delle pay per view ma senza poter utilizzare le immagini, ottengono circa 3 milioni di contatti e con lo streaming hanno pure visibilità internazionale. 

Nonostante i grandi network, il proliferare delle trasmissioni, la concorrenza dei canali tematici delle società di calcio, dei siti, dei giornali online, è notevolmente cresciuto l’interesse per i talk show sportivi delle emittenti private. Formule rivelatesi di successo. E’ quindi sbagliato considerarle di Serie B, meriterebbero più rispetto visto che contribuiscono a tenere alta l’attenzione degli appassionati di calcio in un periodo in cui negli stadi è in atto un continuo calo di spettatori (il Milan a San Siro, rispetto alla scorsa stagione, ha registrato una flessione del 18.8%) specchio della perdurante crisi tecnica ed economica.

Il diritto di cronaca è sacrosanto per cui è doveroso concedere ai media pari opportunità. La conferma che anche nelle piccole cose ci sono criteri selettivi opposti è emersa quando una grande società, che da sempre organizzava incontri conviviali aperti a tutta la stampa li ha invece riservati a pochi eletti. Guarda caso sono rimasti fuori le tv private. Come dire: figli e figliastri. La stranezza sta nel fatto che tutto ciò è accaduto in un club di proprietà di un’azienda leader nella comunicazione molto attenta alle relazioni con i media. Le spiegazioni sono state evasive. C’è stato una sorta di imbarazzante scaricabarile e un palleggiamento di responsabilità. I tempi sono cambiati.  

In realtà c’è il fondato sospetto che la scarsa stima sia dettata dai dibattiti troppo vivaci e dai coloriti rilievi che caratterizzano i programmi delle locali sempre più simili a quelli dei bar dello sport dove si esprimono commenti con eccessiva enfasi e senza freni inibitori. Quando è stata stilata la lista degli invitati a corte, qualcuno ha dato mandato a maggiordomi improvvisati e addetti di nuovo conio, di cancellare pittoreschi censori. Resta però il fatto che tra gli ammessi vi erano esponenti di testate che nel recente passato avevano sparato a zero contro i dirigenti più qualificati del club promotore del tradizionale convivio. Due pesi, due misure.

Non è un mancato invito a cena che può modificare il modo di essere, i comportamenti, l’entusiasmo e il trasporto dei commentatori. Il calcio è in evoluzione. Soprattutto è passione. Ogni partita offre spunti che sono occasione di studio e di continui aggiornamenti. Non si finisce mai di imparare, occorrono umiltà e pazienza, ma soprattutto gli opinionisti e i cronisti non devono farsi influenzare dal risentimento per eventuali sgarbi. Alla fine ciò che conta non è tanto la forma quanto la sostanza e… l’audience. E’ sui contenuti delle analisi e delle valutazioni tecniche che si misurano professionalità e competenza, non sulle esternazioni più o meno esagitate dei commentatori.

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  Scritto da Tiziano Crudeli il 06/01/2014
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