Quando Ancelotti bocciò Zola e Baggio

Le motivazioni fanno la differenza. Marcello Lippi dopo la vittoria al Mondiale del 2006 disse: «Ha vinto un gruppo coeso». In effetti l’unità d’intenti e lo spirito di corpo furono determinanti. La sintonia tra tutti i componenti di una squadra è fondamentale come il senso di appartenenza. Per creare un gruppo coeso sono basilari le relazioni che l’allenatore riesce a stabilire con i giocatori. E’ evidente che anche le scelte tecniche e tattiche diventano decisive. Certi meccanismi non sono naturali ma devono essere conosciuti a memoria in modo che ciascun giocatore sappia sempre cosa fare. Carlo Ancelotti ha dichiarato: «Per vincere è necessario un corretto approccio mentale. Occorre che l’obiettivo sia comune, sentito da tutti. Bisogna lavorare sulla motivazione e mantenerla viva in ognuno dei giocatori e ottimizzare al massimo le qualità».
Carlo Ancelotti racconta: «Uno dei crucci della mia carriera è stato la mancata valorizzazione di un giocatore come Gianfranco Zola. Ai tempi ero convinto che il 4-4-2 fosse lo schema più giusto. Siccome davanti avevo punte fortissime (Crespo e Chiesa) decisi di provarlo come esterno destro ma il risultato fu poco soddisfacente, Zola chiese di esser ceduto al Chelsea. Convinto delle mie idee lo stesso problema si presentò la stagione successiva quando la società ebbe la possibilità di acquistare Roberto Baggio, che cercava una società che lo facesse giocare con continuità nel suo ruolo di trequartista. Il trasferimento non andò in porto perché ritenevo i trequartisti di difficile collocazione e non funzionali al gioco del mio Parma e quindi non esercitai alcuna pressione per averlo. Con l’esperienza accumulata nel tempo posso confermare che quelle furono scelte sbagliate». In seguito Ancelotti, una volta avuti carismatici interpreti come Zidane, Kakà e Seedorf si è convertito prima al 4-3-1-2 e successivamente al 4-3-2-1, ma l’intuizione più geniale è arrivata quando nel Milan ha schierato il trequartista Pirlo regista davanti alla difesa; ultimamente si è ripetuto nel Real Madrid con Modric, rifinitore acquistato per 42 milioni di euro dal Tottenham, al quale ha affidato il ruolo di playmaker. Invenzioni che in epoche diverse hanno migliorato il rendimento del Milan e del Real.
Nell’organizzazione di gioco c’è l’impronta dell’allenatore che deve modellarla sulle caratteristiche dei giocatori ai quali chiedere sacrifici e impegno. Difficile tenere sempre alta la guardia, nell’arco di una stagione bisogna mettere in preventivo qualche calo che porta a battute a vuoto senza fare drammi. L’abilità sta nel ricaricare in fretta le pile e ritrovare la concentrazione. La testa è una componente essenziale ma le condizioni fisiche, che si ottengono con una preparazione accurata, sono imprescindibili. Tra i requisiti principali dei mister: la capacità di adattarsi alle esigenze del match e alle diverse tattiche degli avversari e apporre durante la partita dei correttivi, e una visione in grado di valorizzare i giocatori evitando di snaturarli. Ecco l’Ancelotti pensiero: «Un allenatore non finisce mai di crescere. Ciascuno è convinto di avere un suo sistema preferito che ritiene il migliore, ma un professionista deve conoscere tutti i sistemi di gioco. Sbagliato essere integralista perché alla lunga può divenire un fattore disgregante. E’ un errore credere che dopo tanti anni da calciatore si possano avere subito le competenze per allenare. L’esperienza maturata sui campi può aiutare nella gestione della relazione con i giocatori. Il calciatore è egocentrico per cui pensa sempre prima a se stesso. Il tecnico, invece, deve ragionare in funzione del gruppo. Per svolgere al meglio questo ruolo bisogna unire studio, ricerca, confronto con gli altri allenatori oltre a tutte le conoscenze che si acquisiscono ai corsi della Scuola Allenatori».
Scritto da Tiziano Crudeli il 18/02/2014

