Depressione e problemi, l'altra faccia del calcio
Quando lo sport ti può affossare

Il calcio aiuta i giovani a socializzare e a crescere, ma spesso dispensa illusioni. Molti si perdono e quindi non realizzano i loro sogni, ma alcuni sono consapevoli che certi valori acquisiti nel loro percorso sportivo sono stati molto formativi. Un ragazzo, con trascorsi in un grande club che ora non gioca più, nella sua tesi di laurea ha scritto: «Un atleta possiede la forza di tenere alta la testa, la forza di sopportare gli insuccessi. Così ogni difficoltà si trasforma in possibilità di rafforzarsi interiormente, temprando corpo e spirito». Altri, per arrivare ai massimi livelli hanno dovuto affrontare tanti sacrifici. Le cronache raccontano le loro vicissitudini. Andy Najar, ventenne centrocampista della nazionale dell’Honduras e dell’Anderlecht, incomincia la sua storia nel deserto di Chihauhua quando nel 2006, a 13 anni, in quindici giorni percorre duemila chilometri e di notte varca da clandestino il confine tra Messico e Texas per raggiungere la madre che lavora a Dallas e il padre tagliatore di canna da zucchero. Nella terra promessa assurge a stella del Washington nella Major Soccer League. A 20 anni approda in Belgio nell’Anderlecht per 1,8 milioni. Il ricco ingaggio gli consente di restituire i 5000 dollari spesi dalla madre per il trasferimento negli States e quando il padre viene arrestato perché privo dei permessi di soggiorno e dei documenti, Najar versa la cauzione di 20 mila dollari. In Serie A Romulo, brasiliano del Verona con passaporto italiano che nel nostro campionato sta facendo benissimo, ha alle spalle un passato molto sofferto. A 20 anni, dopo esperienze non esaltanti, si ritrova in mezzo ad una strada perché secondo gli addetti ai lavori non ha le capacità per diventare un calciatore. Per sbarcare il lunario, oltre alle prestazioni in team di medio calibro, commercia profumi e creme, attività redditizia che produce ricavi superiori a quelli del calcio. Romulo Souza Orestes Caldeira non demorde, vuole diventare un calciatore e allora stringe i denti e piano piano si fa largo nel mondo della pedata nonostante la spietata concorrenza e lo scetticismo di alcuni tecnici. Oggi è uno dei protagonisti della nostra Serie A. L’altra faccia della medaglia è quella di calciatori che al termine della carriera a contatto con la realtà quotidiana vengono assaliti dalla depressione e precipitano in un baratro senza fine. Spiega la psicologa Anna Fallarini: «Il giocatore diventa un simbolo onorato e adorato dai fans. L’ego cresce a dismisura e quando tutto finisce il mito sbiadisce, l’olimpo crolla e il dio torna uomo abbandonato dalle certezze. E allora i più fragili cercano rifugio nella droga o nell’alcol». E’ il caso dell’ex milanista Ray Wilkins: quando nel 2010 il Chelsea lo esonera, la depressione lo scaraventa in un buco nero. Per combatterla si rifugia nell’alcol. Al di là delle predisposizioni, ansia e insicurezza sono sempre state sue compagne di viaggio, e allora ha chiesto aiuto alle istituzioni preposte per le cure mentali e le dipendenze. E’ uscito dal tunnel ma è costantemente monitorato da uno psicoterapeuta. Ora è afflitto da colite ulcerosa che lo costringe ad andare in bagno più volte al giorno per cui è sempre munito di appositi sacchetti. Il calciatore fatica a entrare nella vita normale e così incominciano i suoi problemi. C’è chi non ha la determinazione per superare lo sconforto e colmare il vuoto che divora l’anima. Allora si arrende, non reagisce e a volte, addirittura, compie gesti estremi. E’ capitato ad Agostino Di Bartolomei ex bandiera della Roma con la quale ha vinto uno scudetto ed è arrivato in finale della Coppa dei Campioni persa ai rigori, cui hanno fatto seguito tre anni al Milan con Nils Liedholm, quindi Cesena e Salernitana, che a 39 anni si è suicidato con un colpo di pistola al cuore.
Scritto da Tiziano Crudeli il 11/03/2014

