Quando il Signor Pinho bocciò il Mourinho calciatore

Ci sono grandi allenatori che non sono stati calciatori, altri invece sono stati scarsi giocatori. Mourinho era un mediocre difensore centrale. Dopo le giovanili nell’Uniao Leira e Belenenses ha provato a cimentarsi tra i professionisti. La pubblica bocciatura è arrivata nel 1982 quando, a 19 anni, Josè militava nel Rio Ave, squadra allenata dal padre Josè Manuel Felix. Nel riscaldamento prima della partita con lo Sporting il titolare s’infortuna per cui il padre dice a Josè di prepararsi. Neanche il tempo di incominciare il match che il presidente Josè Maria Pinho si fionda negli spogliatoi e urla al tecnico: «Se lo fai giocare vi caccio tutte e due!». Nessuno ha il coraggio di fiatare e tutti rimangono in silenzio senza replicare. Josè allibito e mortificato va in panchina per l’intero match. Il Rio Ave perde 7-1. Mourinho in seguito ha così commentato l’episodio: «A mio padre è mancata personalità». Dopo il Rio Ave ecco due anni al Sesimbra senza grandi soddisfazioni e quindi nel Comercio-Industria di Setubal. A 24 anni, considerati gli scadenti risultati, si ritira.
Josè Mourinho ha iniziato l’apprendistato di allenatore: fin da giovanissimo ha raccolto moduli, schemi, esercitazioni in una sorta di manuale. A 15 anni faceva schede sugli avversari della squadra del padre e la staffetta tra la panchina e l’altra zona del campo per riportare le indicazioni tattiche ai giocatori più lontani. E’ stato assistente di suo padre nel Rio Ave e nel Belenenses con l’incarico di andare a visionare i team rivali. Si è laureato all’Instituto Superior de Educaçao Fisica come professore di educazione fisica, poi per 5 anni ha insegnato in diverse scuole di Setubal e nel contempo allenava le loro squadre giovanili. Durante il periodo da allenatore degli Allievi del Vitoria Setubal ha lavorato anche nelle scuole con ragazzi affetti da problemi motori e mentali: «Amore, affetto, empatia e passione: un'esperienza di vita che mi ha insegnato molto».
Che la forte personalità sia determinante per imporre alla truppa (e alle società) le proprie idee è dimostrato proprio da Mourinho che da allenatore ovunque è andato ha saputo imporsi e ottenere il massimo dai giocatori senza interferenze di alcun tipo. Mourinho non è mai rimasto per molti anni nella stessa società, probabilmente perché dopo alcune stagioni si rendeva conto che i giocatori alle sue dipendenze avevano dato tutto. Chi lo conosce ha scritto che è l’ultimo prototipo di allenatore-motivatore. Sarà anche ossessionato dalla tattica, ma non è un integralista. Non pretende di piegare i giocatori alla immutabilità di un sistema, bensì adatta il sistema agli uomini di cui dispone. Per Mourinho la tattica è fondamentale, il tessuto nervoso della squadra, la trama del gioco alla quale aggiungere le capacità individuali, lui infatti ha sempre detto: «Non sono così stupido da limitare un fuoriclasse anche se è tenuto a rispettare i compiti tattici». E poi: «La squadra deve essere capace di lottare e soffrire. Il forte senso di appartenenza e la cultura di gruppo consentono di costruire un blocco in grado di coalizzarsi contro il mondo. E’ importante che i centrocampisti sappiano coprire la difesa e poi servire a dovere le punte. Per la nostra metodologia è essenziale l’intensità dell’allenamento, il più vicina possibile a quella di una partita e coinvolgono contemporaneamente tre aspetti dell’atleta: tecnico-tattico, fisico, mentale. Chi pensa che non ha bisogno di migliorare è un pirla».
Il Mourinho pensiero su Balotelli: «Il suo è un problema generazionale ed è difficile in questo momento trovare un giocatore di 19-20 anni che pensi come un uomo. Mario è un grande giocatore e deve ancora vivere i giorni migliori della sua carriera. Gli auguro di andare nella giusta direzione».
Scritto da Tiziano Crudeli il 08/04/2014

