Da Bad Boys a campioni: quando il calcio vuol dire salvezza

Arturo Vidal ha avuto un'infanzia difficile. Il padre ha abbandonato la moglie e i 5 figli, 4 femmine e 1 maschio, quando lui aveva 5 anni. La madre ha cresciuto i ragazzi a San Joaquin, un sobborgo poverissimo di Santiago del Cile. Arturo, il cui nome completo è Arturo Erasmo Vidal Pardo, ha cominciato a giocare a pallone nella squadra locale del Rodelindo Roman con un pallone che di sferico aveva poco o niente. Suoi sostenitori fin dall'inizio la madre, lo zio e tutto il suo entourage. Lui ha ripagato la fiducia lottando con la determinazione che gli ha consentito di ottenere grandi risultati. Oggi è uno dei migliori centrocampisti del mondo.
Paul Pogba viveva a Roissy en Brie, località a 30 km da Parigi, in un quartiere di palazzi popolari. In uno di questi casermoni lui abitava al 12° piano, circondato da cemento, ferrovia e fili ad alta tensione. Un paese dormitorio. Il suo unico svago era il calcio. In attesa degli amici che lo raggiungessero calciava da solo per ore senza mai fermarsi. Una passione diventata ossessione. L'impianto sportivo del Roissy disponeva di un court in erba e due in terra battuta. Su quei campi sterrati e brulli si allenavano 410 ragazzi. Era come giocare per strada. A 13 anni Paul va al Torcy, a 15 km da casa, poi al centro di formazione di Le Havre. Le sue doti, decisamente superiori alla media, attirano l'attenzione e l'interesse del Manchester United che lo inserisce nelle giovanili. L'aitante francesino è subito protagonista. Fa il suo esordio in prima squadra, ma poi viene relegato ai margini: deluso, entra in rotta con Ferguson per cui decide di non rinnovare il contratto. Raiola, suo procuratore, lo segnala al Milan che tergiversa, la Juventus invece non ha dubbi e lo tessera a parametro zero. Si rivelerà un colossale affare tecnico ed economico. Paul ha bruciato le tappe passando in pochi anni dalla Banlieu parigina alla corte della Juventus dove ha trovato la sua consacrazione. I rimpianti di chi non ha creduto in lui si sprecano.
Più complesso il percorso di Carlos Tevez. Carlitos si chiama Carlo Cabral, il padre non lo riconosce e muore in una sparatoria quando aveva 5 anni. Tevez viene allevato dalla madre, che ha disturbi mentali, nel rione malfamato de Ejercito de Los Andes, conosciuto col nome di Fuerte Apache, a Ciudadela nella periferia di Buenos Aires. La sua abitazione dista poco dalla sede di una banda locale colpevole di numerosi omicidi. La sua salvezza arriva quando va a vivere con Raimundo Segundo Tevez, marito della sorella della mamma. Grazie alle sue doti tecniche ottiene la protezione di tutti anche se a volte rischia la pelle: riesce in ogni caso a farsi largo in quella giungla piena di pericoli. La cicatrice sul collo non è un retaggio dei suoi trascorsi in ambienti malfamati ma è stata causata da una teiera di acqua bollente che Carlitos si è rovesciato addosso.
Antonio Cassano è nato a Bari Vecchia. «Una zona turbolenta dove spesso c'erano spari, macchine della polizia e ambulanze. Giocavo nei vicoli tra le bancherelle, tutti mi volevano in squadra con loro, e scommettevano 10-15-20 mila lire sulle mie squadre. Volevo il grano, quindi pretendevo una percentuale. Sono stato bocciato sei volte tra elementari e medie. Ho preso la licenza media serale a 17 anni. Praticamente me la regalarono. Ero povero ma nella vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. Ho vissuto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Sono un delinquente mancato». Cassano è anche campione mancato. Le doti tecniche spesso sono state compromesse da un carattere troppo impulsivo che gli ha precluso la possibilità di esprimersi compiutamente. Ovunque è andato (Roma, Real Madrid, Milan, Inter e Nazionale) ha litigato col mondo. Tecnici, compagni e presidenti compresi.
Scritto da Tiziano Crudeli il 02/10/2014

