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Campionati e Risultati: NAZIONALI REGIONALI PROVINCIALI GIOVANILI    

Settore Giovanile in crisi: le origini del malessere

Il livello tecnico del calcio italiano è in ribasso. I bacini d'utenza dei vivai non producono più giocatori di qualità. Molti istruttori non sono all'altezza del loro delicato ruolo. E' raro trovare in circolazione professionisti di chiara fama specializzati nella formazione dei giovani, come quelli, per intenderci, che tempo addietro venivano chiamati “maestri di calcio” per la riconosciuta abilità e competenza nel valorizzare le peculiarità dei loro giovani allievi.

Potrà sembrare un paradosso ma è più facile essere “allenatori”, mentre è molto più complicato indottrinare le nuove leve perché per svolgere al meglio tale incarico è essenziale avere predisposizioni e spiccate attitudini per l'insegnamento dei fondamentali. Un lavoro oscuro, sovente mal retribuito. Oggi la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori privilegia la tattica e i moduli. Estro e fantasia vengono posposti agli schemi delle squadre. Anche nelle categorie dei più piccoli. Tutti sono standardizzati. Così facendo s'impoverisce la base.

Il dottor Francesco Confalonieri, un luminare in materia spiega: «I fisiologi insegnano che l'intelligenza motoria si sviluppa solo dai 6 ai 12 anni e necessita di 2 ore di gioco tutti i giorni. Costruiamo generazioni di giovani con deficienze motorie (atassia). Nella fase di apprendimento che va fino ai 12 anni bisogna lavorare solo sulla tecnica. Va poi tenuto in grande considerazione il fatto che tra i bambini c'è una sostanziale differenza tra età anagrafica e biologica. Alcuni, infatti, hanno un processo di crescita superiore ai coetanei e quindi le metodologie didattiche vanno commisurate».

Istruire i giovani è considerato da molti una semplice tappa di passaggio per raggiungere traguardi professionali più prestigiosi. E allora per dimostrare a se stessi e agli altri le proprie capacità si inseguono a tutti i costi i risultati agonistici a costo di trascurare la crescita individuale e del gruppo dei propri giocatori. Le vittorie conseguite sono un motivo di grossa soddisfazione per gli istruttori, i presidenti e i genitori dei ragazzi spesso scalmanati fans. Gli eventuali progressi tecnici passano in secondo piano.      

Mino Favini, uno dei pontefici massimi dei settori giovanili: «Troppo spesso l'obiettivo è il raggiungimento di risultati immediati. Invece il nostro compito è forgiare i futuri giocatori. Personalmente ho sempre puntato su chi aveva buone proprietà di palleggio convinto che in seguito sarebbero emerse le qualità fisiche, atletiche e tattiche. Nei criteri selettivi moderni inizialmente le doti fisiche sono prese in maggiore considerazione, ma nel momento in cui gli altri hanno raggiunto più o meno la stessa corporatura esce dall'anonimato chi sa giocare. Altre componenti determinati sono i pregi caratteriali assolutamente indispensabili per emergere. Il lavoro sui giovani è una missione ci vogliono, pertanto, persone molto preparate».

Nei Paesi più evoluti calcisticamente (Spagna, Germania, Olanda, Inghilterra e Francia) fino a 13 anni non vengono disputati campionati veri e propri ma soltanto tornei e amichevoli. Ciò consente di affinare le doti dei ragazzi. Il livello medio dei nostri campionati giovanili non è elevato, rispetto al passato c'è meno qualità. Le società professionistiche oggi fanno già incetta di bambini di 5/6 o 7 anni col risultato che aumentano le responsabilità e le pressioni. E' assai diffuso il luogo comune della mediocrità del nostro calcio, però pochissimi suggeriscono rimedi per migliorare una situazione sempre più complessa. E' la cultura sportiva che in molti casi fa difetto. Questo vale per tutti noi, troppo condizionati da una visione parziale delle cose, per i dirigenti, per i genitori e per gli stessi atleti anche se sono i più penalizzati dalla radicata mentalità del sistema per cui, ovviamente, sono i meno colpevoli.

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  Scritto da Tiziano Crudeli il 17/12/2014
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