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Inversione di rotta del calcio italiano, l'artefice fu Arrigo Sacchi

L’artefice della svolta del calcio italiano è stato Arrigo Sacchi. Il vate di Fusignano ricorda: «A trentatré anni decisi di diventare allenatore. Come calciatore non avevo avuto una storia importante. Ciononostante ho dimostrato che anche un signor nessuno, che ha giocato poco e mediocremente al calcio, può essere un tecnico di successo». E quanto possa risultare determinante un allenatore è risaputo: è lui che deve migliorare il giocatore. E’ lui che deve correggere gli errori durante l’allenamento. Tutto quello che non si corregge diventa un limite in partita. Sacchi col Milan in sole quattro stagioni ha vinto 2 Coppe dei Campioni (1988 e 89), 1 Scudetto (1988), 1 Supercoppa italiana (1988), 2 Supercoppe Europee (1989 e 1990), 2 Coppe Intercontinentali (1989 e 1990). Per riassumere: 3 trofei nel 1988, 3 nel 1989, 2 nel 1990. Alla guida della Nazionale ha conquistato un secondo posto ai mondiali statunitensi.

Arrigo spiega la sua filosofia: «Come allenatore volevo portare idee innovative associando lavoro mentale e sforzo fisico. Nuovi metodi di allenamento, nuove tattiche. I sincronismi e i tempi comportavano un movimento continuo con l’intento di cambiare sempre l’impostazione di partenza. Dare quindi imprevedibilità alla manovra. Nel calcio giocato sono fondamentali il temperamento e la velocità d’esecuzione. Non basta la tecnica ma occorrono serietà, passione per il proprio lavoro. Dovevo arrivare a costruire una squadra matura che una volta memorizzati i dettami si muovesse a occhi chiusi. Per ottenere tutto ciò dovevo mettere da parte giocatori bravi ma poco funzionali e prendere quelli che meglio si adattavano a questa mia visione. Col tempo sono riuscito a cambiare la mentalità del calcio italiano abituato fino ad allora alla marcatura a uomo con una difesa protetta sempre da un libero e con tutta la squadra portata più alla distruzione che alla costruzione. In Italia si vinceva di più con la squadra votata alla difesa e con l’individualità, in Europa con il calcio offensivo e collettivo. Io nelle mie scelte cercavo sempre prima l’uomo per instaurare un dialogo costruttivo e ottenere la massima disponibilità, professionisti funzionali al gioco e complementari agli altri compagni. Giocatori universali non specialisti o individualisti. Senza motivazioni, intelligenza, talento, tecnica, tenacia, pazienza e personalità non si arriva ad alti livelli. La nuova didattica riguardava la fase di non possesso e il pressing. Il pressing asfissiante è un’arma in più, ma richiede un notevole dispendio di energie e una squadra organizzata, tempi di attacco e marcatura a scalare e sul versante opposto bisogna coprire con diagonali. Gli allenamenti non erano mirati solo alla preparazione atletica, dovevo allenare il loro agonismo, la voglia di vincere, di giocare bene, ma anche la disponibilità al gioco di squadra, ai diversi schemi. Insegnavo il possesso palla, volevo rapide ripartenze. Volevo che la squadra difendesse aggredendo e non arretrando, ma avanzando. Volevo che la squadra fosse padrona del gioco in casa e in trasferta. Era difficile far capire il nuovo modo di giocare, il movimento sincronizzato della squadra senza palla, avere undici giocatori con e senza palla sempre in posizione attiva. Avere una difesa attiva vuol dire che anche quando hanno la palla gli avversari tu sei padrone del gioco. Con tale pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e intensità tali per cui non essendo abituati vanno in difficoltà. E’ il gioco che migliora la fantasia e il talento, lo esalta, lo aiuta. Mentre in fase di non possesso agevola i raddoppi, il pressing e la collaborazione. Ci si doveva muovere in blocco, in armonia. La squadra doveva restare unita. Un calcio collettivo dove i giocatori si alternavano in spazi ristretti. Con la palla sempre in nostro possesso potevamo avere più soluzioni».

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  Scritto da Tiziano Crudeli il 25/05/2015
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