Il tiki taka esalta il gioco di squadra
Il Barcellona l'esempio

L’espressione "tiki-taka" è stata coniata dal telecronista spagnolo Andrés Montes nei Mondiali del 2006 per descrivere il gioco della Spagna contro la Tunisia (“Estamos tocando tiki taka, tiki taka”). In realtà il termine era già usato nel campionato spagnolo per indicare il gioco molto articolato dei “Los Bajtos” (i bassi) dotati tecnicamente ma non in grado di competere sul piano fisico contro avversari più muscolari. Il tiki taka è una evoluzione del calcio totale olandese di Rinus Michels e si basa su una ragnatela di passaggi rasoterra corti, possesso palla, scambi di posizione continui tra centrocampisti, tra difensori e tra gli attaccanti. Per attuarlo occorrono calciatori agili, creativi, pazienti, abili nel tocco di palla.
Il tiki taka prende forma e sostanza in una cultura calcistica che privilegia la tecnica. Le squadre spagnole hanno tenuto in grandissima considerazione le proprietà di palleggio ma il salto di qualità è arrivato quando hanno sviluppato una tecnica non solo individuale ma collettiva esaltata al massimo, anche eccedendo. Il tiki taka va perfezionato con un apposito carico di lavoro: esercitazioni per la fase di non possesso, pressing, raddoppio, uno contro uno, chiusura e collocamenti preventivi, zona, diagonali, elastico difensivo, fuorigioco. L’eccesso può diventare controproducente perché tenendo la palla e facendola circolare fino all’ossessione si rischia di perdere in velocità, concretezza e produrre per lunghi tratti un gioco poco redditizio. Il tiki taka è molto efficace se non è fine a se stesso ma l’inizio dell’azione dalla quale scaturiscono numerose conclusioni verso la porta avversaria.
Il Barcellona di Guardiola, che nella stagione 2009 ha fatto l’ein plain vincendo sei trofei (Liga con 105 gol, Champions League 32 gol, Supercoppa Europea 1 gol, Coppa del Re 17 gol, Supercoppa di Spagna 5 gol e Mondiale per Club 5 gol), è stato l’interprete più spettacolare del tiki taka. Nel 2014-15 Il sostituto di Guardiola, Luis Enrique che a Roma aveva fallito, ha conquistato il triplete con 110 gol in 38 match di Liga, 31 in 13 partite di Champions e 31 in 8 incontri di Coppa del Re. I marcatori: Messi 58 gol e 27 assist, Neymar 39 gol e 9 assist, Suarez 25 gol e 18 assist per un totale di 122 reti e 51 assist. Poi il 18 agosto nella Supercoppa Europea il Barça ha sconfitto 5-4 il Siviglia, e nel Mondiale per Club, il Guangzhou 3-0 e il River Plate 3-0. Luis Enrique non è riuscito a emulare Guardiola perché è stato sconfitto dall’Athletico Bilbao nella Supercoppa di Spagna. Le reti dei blaugrana nell’anno solare 2015 sono 180, di cui 137 siglate dal trio: Messi 48 con 23 assist, Neymar 41 e 16 assist, Suarez 48 e 22 assist. Battuto il record del Real Madrid di Ancelotti che nel 2014 aveva realizzato 178 gol.
Il Barça aveva (e ha!!!) un collettivo eccezionale molto compatto che si muoveva a fisarmonica con sincronismi perfetti in 25-30 metri e appena prendeva palla assaliva l’avversario con un pressing asfissiante. Luis Enrique ha seguito la stessa impostazione aggiungendo una manovra più verticale e in caso di necessità pure il lancio lungo. Le squadre spagnole sono uscite da un football individuale per trasformarsi in un complesso con un magistrale possesso palla, cambi di velocità, triangolazioni rapide, sganciamenti dei terzini e degli attaccanti capaci di aiutare a segnare anche i compagni (centrocampisti e difensori). Il Barça era un’orchestra che esaltava le qualità di tutti gli orchestrali. Messi, Iniesta, Xavi ma anche giocatori provenienti dalle categorie inferiori come Busquets e Pedro che per la prima volta salivano su un palcoscenico prestigioso. In fase di non possesso non difendevano quasi mai individualmente ma collettivamente proprio perché avevano memorizzato i movimenti voluti dall’allenatore e quindi erano collocati e ben posizionati in campo, per cui era semplice fare pressing ultra offensivo, con raddoppi, diagonali e fuorigioco. Nelle squadre ci possono essere anche dei campioni ma se non sono funzionali all’idea di gioco è meglio scegliere calciatori di non grande caratura più predisposti agli schemi voluti dal tecnico.
Scritto da Tiziano Crudeli il 10/01/2016

