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L'uscita a vuoto di Buffon. Come non dovrebbe parlare un capitano

Tra i pali è un campione, nelle uscite è da rivedere. Anzi, da riascoltare per capire cosa non deve fare un capitano un secondo dopo una sconfitta. Un secondo dopo il naufragio epocale di una squadra e di un intero movimento calcistico. Gianluigi Buffon, un istante dopo l'eliminazione con l'Uruguay, ha tradito il significato di cosa voglia dire portare la fascia di capitano al braccio. Da un giocatore che ha vinto (quasi) tutto e che non ha più nulla da dimostrare a nessuno ci si sarebbe aspettato solo semplici, genuine e accalorate parole di scuse, di delusione e sconforto, e non un dito censorio a indicare chi va salvato e chi invece va gettato dalla rupe perché l'opinione pubblica possa avere da mangiare fino alla fine dei mondiali. Insomma quelle parole pronunciate a caldo ai microfoni Sky e Rai sono tutto quello che non ti aspetti faccia un capitano. Le improvvide frasi a fine gara di Buffon sono l'ulteriore conferma del fallimento del commissario tecnico Cesare Prandelli: perché evidentemente in questi anni di preparazione al mondiale ci si è preoccupati di più di inseguire le regole contorte di un (presunto) codice etico e non quelle basilari che dovrebbero tenere unito uno spogliatoio nel caldo torrido di una partita di un mondiale. Parole ancor più sferzanti, forse, un capitano vero le avrebbe dette e fatte pesare ben prima che la nave fosse affondata: se il segreto delle stanze del ritiro non era sufficiente, nell'era moderna della comunicazione basta una conferenza stampa ben assestata per far passare messaggi e stimolare i compagni responsabilizzandoli nel momento decisivo. Quindi anziché mandare Balotelli a sfilare con orecchini, anelli e capellino da rapper di ordinanza davanti ai microfoni alla vigilia della gara con il Costarica e dietro le solite domande ovvie e retoriche, non era forse più opportuno che fosse proprio capitan Buffon a sferzare gli animi che potevano apparire più indolenti? La partita chiave per risolvere il girone era quella con il Costarica, era lì che bisognava pretendere che tutti cambiassero passo. Dopo tre anni di Conte alla Juve, possibile che Buffon non abbia imparato nulla?! Che Balotelli avesse qualche problema con la propria autostima lo si sapeva già da tempo e se ci fosse stato qualche dubbio lo ha tolto lui pubblicando le due pagine dell'album Panini dedicate all'Italia con sole sue foto; ma era proprio prima del Costarica che un capitano avrebbe dovuto responsabilizzare il compagno di fronte allo spogliatoio e a un paese intero. A eliminazione consumata, con sceneggiata negli spogliatoi annessa, non serve poi a niente dividere il gruppo in buoni e cattivi. Anche perché poi si è costretti in parte a ritrattare («In 20 anni di carriera non ho mai attaccato un compagno») e pure sentire Cassano dare lezioni. Sì, forse quelle parole dopo l'Uruguay servono al singolo a pulirsi la coscienza. Ma un capitano ragiona sempre al plurale. Sempre. Soprattutto nelle sconfitte.

Giovanni Teolis

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  Scritto da Giovanni Teolis il 01/07/2014
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