Chieri cotto e mangiato: siamo tutti colpevoli
Amara retrocessione del club azzurro in Eccellenza nell'anno del 70° anniversario dalla fondazione

Chieri cotto (con Cipolla Fernandez) e mangiato. Non ci sono innocenti, siamo tutti colpevoli. Giocare al pallone è per molti versi come giocare al gioco dell’oca: puoi vincere, puoi perdere, ma ti può perfino succedere di tornare al punto di partenza dopo aver fatto una mossa fatale. Trascorse 16 annate consecutive e in vista di un 70° compleanno che si presterà ad interpretazioni anche fantasiose, il Chieri retrocede dalla “Quarta Serie” in Eccellenza. Precedenti: 1961, 1966 e 1992.
Torna simbolicamente, come se nulla fosse successo nel frattempo, a quella “magica” estate del 2009, che lo vide baciato a sorpresa dalla buona sorte. Fresco di uno scottante passo del gambero, dall’Eccellenza alla Promozione, fatto guarda caso nel playout col Lucento, al culmine di un periodo convulso ed anonimo, il nostro principale sodalizio pedatorio riuscì infatti a guadagnare, mediante le scartoffie e non sudando sui campi, gli onori e gli oneri dell’agognata ma in quel momento irraggiungibile serie D. Il massimo campionato dilettantistico nazionale. Tutto regolare: veniva acquisito il titolo sportivo della Rivarolese, sodalizio canavesano senza grilli per la testa ed evidentemente alle prese con seri problemi di sopravvivenza.
Da allora, nei seguenti tre lustri abbondanti che si sono susseguiti, se ne sono viste di tutti i colori. Ei fu. Fu vera gloria. Ai posteri l’ardua sentenza ma intanto, a forza di tirare i dadi dando sempre meno importanza agli opportuni scongiuri e sfidando sempre di più gli umori imprevedibili della dea bendata, quanto è successo domenica scorsa al “Cesare Brin” di Cairo Montenotte, chiara sconfitta senza appello, non è stato un caso. Bensì la sintesi, quasi scontata, di una particolare e contraddittoria fase storica che sta riguardando la nostra comunità, già di per sè ondivaga e “sui generis”. Una comunità in fin dei conti ancora “sì di campanile, ma coi battacchi rugginosi”: di 70 campionati che contraddistinguono tutto il cammino del Chieri (ri)sorto nel 1955, solo 23 sono stati infatti quelli disputati di lusso, al di fuori dai confini regionali. Negli altri 47, tanto sano agonismo e gloria abbondante a chilometraggio e costi contenuti, lontano dai confronti stressanti con scuole specializzate dai dettami magistrali. Sempre lecite le dissonanze anche se deleterie, ma da evitare il più possibile le scelte che comportano ragionamenti approfonditi.
Il trasferimento graduale delle consegne presidenziali da Dado Benedicenti a Luca Gandini, dopo il riuscito colpo di mano burocratico, aveva ulteriormente aperto le porte verso spazi illusori e facilmente gestibili solo all’apparenza, fin lì timidamente esplorati nel tempo. Certe imprese di prestigio, come lo scudetto Juniores Nazionali, la Coppa Italia di categoria e perfino la serie C mancata di passaggio per appena un punto, non combaciavano però, se non in minima parte, con un sostegno ed una partecipazione liberi da pregiudizi da parte dei chieresi, benché tutti ne favoleggiassero. Chieri cotto e mangiato, non ci sono innocenti, siamo tutti colpevoli. Gandini incamerava bottini effettivamente stellari, ma al “De Paoli” il pubblico striminzito non lievitava più di tanto. Figuriamoci poi il tifo organizzato, già sperimentato anni prima con esiti imbarazzanti.
Una volta i sostenitori più fedeli, pochi ma buoni, si univano se non altro ai giocatori salendo a loro volta sul torpedone da trasferta, ma poi certe “paturnie” autoreferenziali in sede organizzativa stroncavano questa bella tradizione. Nascevano di rimando le Vecchie Glorie (Chieri Forever), rare a vedersi in tribuna ma sempre in sintonia con le agapi fraterne. Non mancavano per contro gli intoppi burocratici di varia natura, a cominciare dalla gestione dello stadio. Basti rileggere al riguardo le testimonianze proprio di un “certo” Pierin De Paoli per rendersi conto che fin da “quel dì” le interlocuzioni tra sportivi e politici del luogo non sono mai state facili. Troppe volte il Chieri di una volta, quello pionieristico, era stato vittima di manipolazioni: obbligato a chiudere i battenti in un modo e riaprirli poi in un altro, cambiando sempre denominazione a seconda dell’aria che tirava all’ombra dell’Arco. Già allora era evidentemente di moda in città giocare al gioco dell’oca, tornando al punto di partenza per poi ricominciare con titolazioni diverse. E il rettangolo di gioco: trovare un sito permanente all’altezza che fosse condiviso dalle varie “fazioni” non fu un’impresa da poco, altro gioco dell’oca. Il tutto a discapito di una longevità e di uno stato di servizio degne di ben altra considerazione.
Non ci sono innocenti, siamo tutti colpevoli. Chiusa in gloria apparente la gestione di Luca Gandini, il Chieri ha vissuto tre stagioni particolari e non preventivabili, le ultime, con gli arrivi sul ponte di comando di “gente da fuori”. La piazza locale, piuttosto dormiente e abitudinaria, si è svegliata di soprassalto e non ha gradito un’appropriazione considerata moralmente indebita. Ma dov’erano i contestatori quando c’era la possibilità di uscire allo scoperto e farlo restare, questo bistrattato Chieri, nelle mani di “uno di noi”? Era proprio quella la principale incognita da risolvere per non abbandonarlo a se stesso, anche solo standogli vicino.
Invece Stefano Sorrentino e Claudio Bello, i successori di Gandini, non raggiungevano mai confortanti indici di gradimento e si vedevano negare anche il benché minimo sostegno. Partite interne con gli spalti semi deserti, dove si distinguevano dei casuali personaggi sconosciuti mai inquadrati in precedenza e che probabilmente non vedremo più. Che autogol!... Chieri sedotto e abbandonato. Dice il saggio: “A far del bene agli asini Sant’Antonio se ne ha per male!”. Non ci sono innocenti, siamo tutti colpevoli, anche i media in generale e quelli indigeni in particolare: allineati e coperti, a raccontare sì la sequenza degli eventi, ma senza esprimere con chiarezza una pertinente critica costruttiva e stimolatrice. Ma tant’è. Tutto ciò a confermare che certi avvenimenti nascono e maturano per scelte e non per fatalità.
A Cairo Montenotte, Chieri cotto (con Cipolla Fernandez, ma non piangete…) e mangiato: siamo tutti colpevoli, siamo tornati al capolinea. Fine della sessione 2009-2025 del gioco dell’oca, iniziato per combinazione astrale, vissuto tra esultanze ed improperi, chiuso con una mestizia che per gli immancabili gufi diventa compiacimento. Canto del cigno conclusivo con i gol illusori del raffinato Simone Edera, da parte di una squadra troppo operaia, non competitiva, inesperta e tecnicamente limitata, capace tuttavia di diffondere con coraggio fino all’ultimo speranze non effimere e degna della maglia azzurra a prescindere. Uscita dalla scena con una dignità non artefatta, benché fosse chiaro che con un esercito di 51 giocatori mandati in battaglia imbracciando armi a salve, senza un bomber e un regista di lungo corso, non esistesse uno straccio di progetto.
Personaggi ed interpreti da non ripudiare e dal prossimo 9 agosto (giorno dopo il compleanno) i preparativi per un nuovo viaggio verso le incognite di un rinnovato futuro, partendo dall’Eccellenza e non dalla Promozione. Presentarsi a capo chino indossando il saio dell’umiltà. Chi ha coraggio e vuole veramente bene al Chieri si farà interprete di un gioco che non dovrà più essere quello dell’oca? All’orizzonte si profilano attraenti sfide classiche da rispolverare, con la probabile novità di misurarsi con i grigi di una nobilissima decaduta: l’Alessandria. Magari con l’aggiunta della sua “parente” Luese Cristo, diventata frequentatrice assidua del “Roberto Rosato”. Intanto è iniziata la catarsi ricostituente: sempre e comunque Forza Chieri e Buon Anniversario!...
Fotografia: Lidia Bonifacino (pagina Facebook ASD Cairese 1919)
Scritto da Angelo Tosco il 15/05/2025











