Rivoluzione Scuola Calcio: un inserto dedicato ai più piccoli
L'editoriale di Giuliano Rusca, responsabile dell'attività di base dell'Inter
«Nello sport e nella vita per farsi largo occorrono tanto carattere e tanta determinazione». Vorrei partire proprio da queste parole di Tiziano Crudeli per poter esprimere la mia opinione sul fatto che a volte il solo talento non è sufficiente per aver successo. È invece opinione diffusa, quando si parla di calciatori di successo, credere che la loro realizzazione sia dovuta solo al loro talento. Con questo termine si indicano le capacità innate che l’individuo ha. Etimologicamente la parola – talento - deriva dal latino talentum, che in epoca Cristiana poi assunse un significato diverso da quello di moneta per diventare il simbolo dei doni ricevuti da Dio. Ai giorni d’oggi si parla molto di talento mettendolo in risalto come fattore non controllabile: o lo si ha o non lo si ha.
Troppe volte noi operatori del settore giovanile calcistico facciamo capire ai nostri giovani che i loro successi dipendono solo dalle loro capacità innate cioè solo esclusivamente dal loro talento, perseguendo una strategia controproducente perché nel momento in cui questi allievi dovessero incappare in qualche insuccesso, penserebbero che il loro fallimento è irrimediabile e di non avere alternative neppure con l'impegno.
A questo punto, per dimostrare l’importanza dell’impegno, vorrei riportare l’esperimento dello psicologo K.A. Ericsson fatto nei primi anni 90 nell’Accademia Musicale di Berlino, uno studio che si prefiggeva di contribuire a chiarire quale fosse il ruolo della preparazione nella formazione di una persona che siamo disposti a definire con un livello eccellente. I ricercatori e i professori dell’Accademia divisero gli studenti di violino in tre gruppi: Bravissimi, Bravi, Discreti.
A tutti i violinisti fu posta la stessa domanda: per quante ore vi siete esercitati nel corso della vostra carriera, da quando avete cominciato a suonare il violino? Ecco in sintesi i risultati: tutti avevano cominciato a suonare a 5 anni; fino agli 8 anni tutti avevano suonato 2/3 ore alla settimana; a partire dagli 8 anni quelli che avrebbero finito per primeggiare avevano cominciato a impegnarsi in maniera superiore: 6 ore alla settimana a 9 anni, 8 ore a 12 anni, 16 ore a 14 anni e poi sempre di più, fino a superare le 30 ore settimanali a 20 anni; a 20 anni gli allievi quelli che erano diventati: “Bravissimi” avevano totalizzato 10000 ore di pratica, quelli diventati: “Bravi” 8000 e solo 4000 per quelli diventati: discreti. Dallo studio di Ericsson e compagni emergono alcuni altri punti interessanti: i ricercatori non trovarono un solo musicista che avesse raggiunto l’eccellenza impiegando tempo inferiore a quello dei colleghi di paragonabile livello; ne trovarono chi, privo del talento necessario a primeggiare, si fosse impegnato in misura superiore a quello dei compagni di studio; se un musicista possiede sufficiente talento da essere ammesso in una delle scuole migliori ciò che lo può portare a emergere è l'impegno; chi raggiunge livelli di eccellenza non lavora più degli altri ma molto, molto più degli altri.
In conclusione, il talento rappresenta una condizione essenziale ma ci conduce all’eccellenza solo se siano disposti a impegnarsi duramente.In sede di valutazione e selezione del talento po, capita di confondere quest’ultimo con la precocità biologica rispetto all’età. Quando c’è un ragazzo, per esempio, - più dotato fisicamente - siamo portati ad enfatizzare le sue prestazioni e così facendo lo convinciamo di avere “più motore” dei coetanei. Questo modo di fare è sbagliato oltre che rischioso perché quando i suoi compagni lo raggiungeranno e in molti casi lo supereranno annullando il vantaggio biologico questo "ragazzo prodigio" sarà incapace di comprendere perché il suo modo di essere non regge più. Ecco che allora all’improvvisa perdita del talento non saprà come reagire e avrà un’unica alternativa l’abbandono dell’attività calcistica. In questo modo avvengono tanti abbandoni della disciplina calcistica di giovani promettenti. In realtà tutte le interviste fatte ai campioni, e quella riportata da Tiziano Crudeli a Pellè ne è una conferma, mettono in risalto il fatto che i risultati ottenuti sono stati realizzati con sacrificio e impegno. Pensarla in questo modo genera, in caso si dovesse fallire nel compito, un meccanismo mentale estremamente efficace: il calciatore non pensa di non essere dotato ma è portato a pensare di non essersi impegnato abbastanza. Quindi si costruirà un pensiero positivo del genere: “Impegnandomi di più la prossima volta potrò farcela”, il risultato finale sarà che lui tenderà ad aumentare il coinvolgimento e l’impegno espresso.
C’è una sola condizione in cui l’enfasi sull’impegno personale può risultare controproducente e alimentare problemi ai giovani calciatori: quando ci si impegna a perseguire un obiettivo realmente irraggiungibile. A volte il problema è proprio questo: capire se i limiti sono realmente insormontabili. A questo punto entra in gioco l’intervento dell’allenatore che con la saggezza di un adulto consapevole del proprio ruolo educativo deve far comprendere ai propri allievi i loro limiti oltre ai quali non è possibile e lecito andare.
Noi operatori del settore dovremmo riuscire a formare una generazione che voglia darsi razionalmente un progetto e perseguirlo con disciplina. Nella nostra cultura domina una immagine falsata del desiderare e del volere. Tra i due aspetti vi è una differenza che passa tra il generico: “desiderare di diventare un campione” e lo specifico: “mettere in atto la fatica per diventarlo”. Noi dobbiamo cogliere i possibili sogni dei nostri giovani e cercare di far acquisire loro le competenze per poterli realizzarli.
Tiziano Crudeli termina l’articolo facendo dire a Pellè che: “Nel calcio mai adagiarsi. Bisogna andare avanti e voltare pagina”.
Io vorrei concludere il mio con le parole di una campionessa che oltre ad aver talento ha espresso un impegno che l’ha portata a conoscere e a volte superare i propri limiti: Federica Pellegrini. Se hai un sogno devi crederci, crederci fino in fondo perché questa è la sola chiave che ti porta in alto.
Giuliano Rusca
Resp. Attività di Base dell'Inter
Scritto da redazione_piemonte il 03/11/2014

