Osservate i vostri figli e lasciamoli giocare

La maggior parte dei genitori attenta all’attività calcistica di base dei propri figli è composta da persone per bene e a modo. Si tratta di genitori che amano i loro bambini e cercano di aiutarli nell’attività. Giudicano un’ottima cosa il fatto che si dedichino con tanto impegno al calcio, incoraggiandoli in tutti i modi e con tutti i mezzi a disposizione. Ce ne sono altri, per dir la verità una netta minoranza, sempre a modo e per bene, che si rifiuta, però, di ammettere che la partita dei propri figli è soltanto un gioco. A volte queste persone non riescono a contenersi e ad autocontrollarsi e così, sui campetti da calcio dove giocano bambini dagli otto ai dodici anni, si vedono adulti bizzosi che insultano, minacciano, richiamano, rimproverano, fanno gestacci, prendono a male parole l’arbitro e addirittura contestano l’allenatore. La gara seguita in quel momento potrebbe essere interrotta da una carica di elefanti o di rinoceronti e nessuno di loro si volterebbe a guardare, tant’è “alta” la concentrazione sull’evolversi della partita. È a questi genitori che sento il dovere di rivolgermi. Sì, mi sento addosso la responsabilità di fare delle riflessioni che in qualche modo possano aiutare a vivere e a far vivere meglio l’esperienza di gioco dei loro bambini. Signori/e, mentre siete sugli spalti, provate a dimenticare, anche solo per un attimo, di assistere ad un evento agonistico e riflettete, invece, su questo aspetto: ciò che si prova vedendo giocare il proprio bambino. Sinceramente, non mi viene in mente nessun altro posto in cui un genitore possa starsene in silenzio - è il modo che preferisco - per alcune decine di minuti ad osservare il figlio in azione. Non potete guardarli quando sono a scuola, non potete guardarli quando vanno in giro con i compagni, ma alla partita sì, è il momento in cui per 45’ potete finalmente osservarli. E non è poco! È sul campo da gioco che riuscite a vedere chi sono i vostri figli. Sul campo da gioco li vedete mentre ce la mettono tutta per superare i propri limiti. Li vedete interagire con gli allenatori, con gli avversari e con l’autorità arbitrale. Li vedete affrontare il successo e l’insuccesso. Li vedete sudare, ridere, urlare, piangere, finire per terra per poi rialzarsi più vispi di prima. Su quel rettangolo di gioco avete l’occasione di ammirare la loro rapidità, la forza, l’agilità, la tecnica, la resistenza e il loro coraggio. Valutate quanto tutto ciò possa contare per loro e quanta fatica fanno nel cercare di svolgere al meglio questo compito. Ecco cosa dovete fare: osservare i vostri figli. I vostri bambini sanno che li state osservando. Certo che lo sanno! Siete lì. Vi sentono, vi vedono, insomma, anche loro vi osservano. A volte la vostra presenza pesa come un macigno sul loro gioco, che dovrebbe essere totalmente loro, e li responsabilizza eccessivamente, fino quasi bloccarne le iniziative. Osservate attentamente tutta la poesia che i loro gesti sanno esprimere. Apprezzate le loro esibizioni realizzate in modo disinteressato, fatte solo per il piacere di praticare il loro gioco preferito, il calcio. Fermate, bloccate solo per quell’attimo la vostra voglia di invadere il loro mondo, lasciateli fare e vi accorgerete che ogni partita è un universo a sé stante, una celebrazione intensa e simbolica piena di colori e di creatività. Noterete che nelle loro partite si lotta, si fallisce, si perde e, perseverando nell’impegno, si può anche vincere. Lasciateli vivere così in modo semplice questo momento fatto di magia. Evitate di perdere il controllo e di farvi vedere a bordo campo in preda a crisi di nervi, disposti a fare qualsiasi tipo di idiozia pur di protestare per una rimessa laterale non data o per un fallo non sanzionato. Evitate di fare la figura che ha fatto quel genitore sabato scorso. Questo papà, in preda ad un raptus irrefrenabile, credendo di fare bella figura al suo ragazzo che faceva il portiere, si era piazzato dietro alla porta. Da lì urlava direttive al figlio. Il bambino era telecomandato come un drone e, visibilmente contrariato, cercava di fare quello che il padre gli ordinava. Alla fine del primo tempo l’allenatore, in modo tranquillo, si è avvicinato al padre ed educatamente, l’ho sentito io perché ero a pochi metri, lo invitava a lasciare in santa pace il figlio. Il padre in questione borbottando si è diretto in tribuna e da lì ha continuato ad impartire ordini a suo figlio che pedissequamente ubbidiva. Basta signori! Smettiamola, siamo adulti, dobbiamo dare l’esempio e assumerci le nostre responsabilità educative. In questo caso assumersi significa cambiare atteggiamento, significa modificare la propria motivazione da egoistica in altruistica per far favorire l’ambiente dove i nostri bambini svolgono attività sportiva. Dobbiamo andare al campo e pensare alla felicità dei bambini, anche quelli della squadra avversaria, desiderando di passare una giornata serena e spensierata. Alla base del cambiamento c’è sempre l’assunzione di responsabilità, il che ci obbliga a rimboccarci le maniche e a fare tesoro delle esperienze negative. Chi non riconosce i propri errori, e noi in questi anni, cari genitori, ne abbiamo fatti tanti, non è pronto per il cambiamento e continua a vagare nel buio dell’errore. Lasciamoli giocare!
Giuliano Rusca
Scritto da redazione_piemonte il 10/12/2014

